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PLATONE Apologia di Socrate
Il documento più ricco, dal quale possiamo
attingere notizie sul processo contro
Socrate, è appunto l’Apologia di Socrate,
scritta qualche anno dopo la causa da
Platone. Non possiamo però considerare
questo libro come una fonte oggettiva,
perché Platone si propone di celebrare
Socrate, essendo stato suo discepolo.
Le accuse rivolte a Socrate sono varie, ma
sostanzialmente se ne ricavano due:
1. Perde tempo a indagare sul cielo e
sulla terra.
1. Corrompe i giovani e crede a divinità
nuove introdotte da lui.
Quella che si ritiene ufficiale è la
seconda, perché presentata dagli
accusatori.
Socrate comincia la sua difesa dichiarando
che nonostante i suoi accusatori abbiano
parlato in modo pomposo e appariscente,
non è detto che dicano la verità. Al
contrario lui parlando semplicemente dirà
sicuramente cose vere, come si addice ad
un buon oratore. Poi si rivolge ai giudici
esortandoli a non far caso a come si
parli, ma a cosa si dica.
Egli si presenta alla difesa negando di
fare ricerche naturalistiche, che per
alcuni apparivano come mancanza di fede
negli dei e quindi contrarie ai principi
della polis, ma di cercare di verificare,
attraverso molte indagini presso politici,
poeti e artigiani, la tesi dell’oracolo di
Delfi, secondo la quale lui era il più
sapiente. Interrogando queste persone
ritenute sapienti - utilizzando la propria
ironia e l’arte della maieutica - capisce
che costoro non sono affatto saggi. Così
egli scopre il significato dell’oracolo:
lui era sapiente perché si era reso conto
di non sapere. L’odio contro Socrate
accresce anche perché i suoi discepoli
continuano questa ricerca tra coloro che
si sentivano saggi, smascherandoli e
sminuendoli.
Difendendosi dall’accusa di corrompere i
giovani, fattagli da Melèto, incolpa il
suo accusatore di non sapere cosa sia
l’educazione dei ragazzi e che comunque
non li corrompe, ma se lo facesse, lo fa
involontariamente.
Quindi dice che, prima di lui, le teorie
sul cielo e sulla luna erano state
pronunciate da Anassagora e che i demoni,
ai quali secondo loro crede, sono comunque
figli degli dei.
Cercando di discolparsi, reputa un grosso
errore la sua eventuale condanna a morte,
in quanto lui è un dono di Dio, essenziale
agli Ateniesi per stimolarli, come fa un
cavaliere con un pigro cavallo, e
uccidendolo faranno un’offesa allo stesso
Dio.
Dice che non entra in politica perché chi
combatte per la giustizia deve essere un
privato cittadino.
Continua sostenendo che non ha mai
impedito a nessuno di ascoltarlo, non ha
mai chiesto denaro per parlare e che, se
quelli che lo hanno interrogato o
ascoltato sono diventati ingiusti, non è
stato di certo per colpa sua, perché non
ha mai promesso di insegnare e mai ha
insegnato.
Continua la sua difesa interrogando
retoricamente i giudici sul perché quelli
che sono stati corrotti - secondo gli
accusatori - da lui, non si sono
ribellati.
Socrate si è rifiutato di impietosire i
giudici perché non sarebbe stato onorevole
né per sé, né per la città e la sua grande
lealtà lo porta addirittura a invitare i
giudici a giudicare sempre secondo legge e
non secondo pietà.
Dopo l’autodifesa, Socrate viene giudicato
colpevole e condannato a morte. Come
prevede la prassi gli chiedono come voglia
essere punito, ma lui, un po’
ironicamente, risponde con una ricompensa:
essere mantenuto dallo Stato, in quanto
benefattore dei cittadini. Poi si rivolge
a quelli che l’hanno condannato e dice
loro che gli capiterà una cosa molto più
grave di quello che hanno fatto a lui.
Infine si rivolge a coloro che hanno
votato per l’assoluzione dicendogli di
confortarsi perché per lui la morte è un
bene e così è per tutti coloro che fanno
del bene in quanto gli dei si prenderanno
cura di quello.
In verità la questione per cui venne
condannato è molto complessa. La polis si
fondava sulla democrazia, sull’eguaglianza
e sulla libertà di tutti a partecipare
alla vita politica. Invece Socrate vedeva
questa come una forma di dominio di
incompetenti. Egli aspirava ad una classe
preparata intellettualmente e moralmente
selezionata che potesse guidare lo Stato.
Probabilmente le accuse rivoltegli
nascondevano uno stratagemma per far
soccombere le sue idee che incutevano una
paura non indifferente.
Mi ha molto colpito la sua morte: non ha
mai chiesto pietà, è rimasto sempre sereno
e anche se poteva scappare o andare in
esilio non l’ha fatto. Infatti voleva
portare rispetto per le leggi della polis,
non voleva fare cose moralmente scorrette
e prima di tutto non voleva tradire la
propria coscienza.
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