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                                      John Locke

Locke fu studioso di molte materie sia scientifiche sia letterarie, e divenne professore di medicina ad Oxford. Solo in un secondo momento, essendosi messo al servizio di un influente uomo politico, militante nel partito Whig, si interessò dei temi politici. Egli confutò l’idea che il potere del governo fosse analoga all’autorità del padre sulla famiglia e fu l’iniziatore del liberalismo.
• Lo stato di natura. Tutti gli uomini sono perfettamente liberi ed uguali, e in virtù della ragione non si sopraffanno reciprocamente, ma rispettano questo loro diritto. L’uomo non è un lupo in lotta con i suoi stessi simili perché esistono vincoli naturali, come l’amore, che uniscono già in natura gli individui alle comunità familiari.
• L’origine del potere politico. Allo stato di natura manca una legge che stabilisca oggettivamente il bene e il male, manca un giudice imparziale che faccia applicare questa legge, manca chi esegua le sentenze del giudice. Il patto che lega gli uomini nel vincolo sociale, non è stipulato tra gli uomini e un sovrano, ma tra i membri stessi della società. Questa è una differenza sostanziale tra Locke e Hobbes; la re non viene trasferito il potere del popolo: egli è solo un delegato a cui il popolo affida la gestione del potere. L’obbiettivo è quello di permettere a tutti i cittadini liberi e uguali in condizioni di sicurezza. Questa delega è indispensabile perché è necessari che ci sia un governo unitario; le decisioni del governo devono rispecchiare la maggioranza delle volontà dei singoli individui.
• Il diritto di proprietà. La proprietà è un diritto naturale, in quanto è la condizione necessaria all’uomo per poter esercitare il proprio lavoro (ad esempio il contadino necessita di una certa quantità di terra da lavorare per sopravvivere insieme con la sua famiglia). Le leggi non fanno altro che difendere questo diritto naturale ed è compito del sovrano far sì che la proprietà individuale venga difesa; pertanto non gli è permesso di toccarla.
• Il diritto di resistenza. Per Locke il popolo ha pieno diritto di deporre il sovrano che abbia violato la sua fiducia e di nominarne uno nuovo; con il patto sociale non c’è stato nessun trasferimento di potere, ma solo una delega tra il popolo e il sovrano. Se il sovrano tradisce la sua fiducia, è lui a rompere il patto, e la resistenza del popolo ne è la logica conseguenza. Il cittadino non è un suddito, ma un membro libero di un corpo politico che determina attraverso la propria volontà, espressa a maggioranza, il modo in cui deve essere governato, fissa le istituzioni e conserva sempre il potere di revoca del mandato a governare. (copiata papale).
• La divisione dei poteri. Locke codifica questo principio quando esso ha già trovato nella Rivoluzione inglese la sua prima applicazione. Si tratta di distinguere in modo netto il potere legislativo dal potere giudiziario. Allo stato di natura l’uomo infatti ha la possibilità di esercitare queste due funzioni (decidere cosa sia utile e mettere in pratica le sue decisioni) sia insieme sia distinte tra loro. Questo fatto permette che i due poteri si controllino a vicenda e che si eviti che un uomo possa diventare troppo potente. Questo principio sarà notevolmente sviluppato nelle teorie politiche successive in cui il potere verrà distinto in legislativo, esecutivo e giudiziario.
• La tolleranza religiosa. Locke ritiene che la fede sia un patto esclusivamente spirituale e che le varie Chiese siano associazioni che raccolgono coloro che hanno la stessa fede. Nessuna Chiesa quindi può avere autorità sul piano istituzionale. Lo Stato deve accettare che esse coesistano le une accanto alle altre, a patto che ciascuna di esse tolleri le altre (il Cristianesimo non dovrebbe essere ammesso in base a ciò). Gli atei tuttavia sono da condannare, in quanto chi non ammette l’esistenza di Dio, non da garanzie di rispetto dei valori morali ed è un potenziale pericolo per la società.

 

 

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