Neverstop.it Studenti in Movimento

| Convenzioni |  Staff Forum  |  My neverstop |   |  Bookmark  Contatti  |  Studenti in movimento sul sito 5


Torna nella Nostra Home

La Facoltà di Giurisprudenza


La Facoltà di Economia


La Facoltà di Lingue


La Facoltà di Scienze Politiche


La Facoltà di Farmacia


Le scuole Superiori







  Scuola --> Filosofia
 

                     KANT LOGICA TRASCENDENTALE

La logica tratta le forme a priori della conoscenza intellettuale, cioè di quella conoscenza in cui noi siamo spontanei ed attivi. L’atto della conoscenza intellettuale è il giudizio: se ne costruiamo una tavola tramite questi possiamo risalire alle categorie che sono i concetti puri: la forma della conoscenza intellettuale.
Fino a quando ci limitiamo a classificare i giudizi e le categorie siamo in un ambito di logica formale. Quando ci chiediamo cosa giustifica la validità conoscitiva della forma della conoscenza intellettuale passiamo dalla logica formale a quella trascendentale, cioè all’analisi della forma della conoscenza intellettuale nel momento in cui pretende di produrre conoscenza, a un’analisi dei concetti puri nel momento in cui essi pretendono di estendere la nostra conoscenza: Kant si addentra nell’ambito della deduzione trascendentale.
Deduzione: dagli idealisti tedeschi il termine è stato interpretato come il dimostrare tutta la realtà sia nell’essere sia nell’ordine del conoscere, in base a un unico principio indeducibile, tutta la realtà viene giustificata da un unico principio indimostrabile: per loro la deduzione fonda la metafisica.
Kant sostiene che ciò che lui si prefigge è dimostrare la legittimità di una pretesa: il quid iuris rispetto al quid facti; termine deduzione preso da Kant secondo una accezione politico-forense, cioè Kant vuol dimostrare che c’è una giustificazione di questo diritto, ad esempio se vediamo un tipo con un libro, non necessariamente lui ha il ha il diritto di possedere quel libro, se vogliamo dimostrare il quid iuris dobbiamo dimostrare che la pretesa di tenere in mano un libro è legittima.
Kant vuol dimostrare quando legittimamente le categorie pretendono di produrre conoscenza. Il principio che giustifica la validità dell’applicazione della forma alla materia, la produzione dell’atto conoscitivo, è ciò che cerca Kant.
Conseguenze:
Non esiste nella filosofia di Kant un’unica deduzione, cioè ogni volta che ci troveremo in un ambito in cui dobbiamo dimostrare il quid iuris da giustificare dobbiamo dimostrare la legittimità; ci sarà una deduzione nell’ambito della critica della ragion pura dove dobbiamo affrontare la pretesa delle categorie di produrre conoscenza, ma affronteremo una deduzione anche nell’ambito della critica della ragion pratica, cioè quando giustificheremo il fatto di essere liberi: se siamo morali dobbiamo essere liberi.
Se ci sono tante deduzioni quanti sono gli ambiti in cui questa deve essere fatta, i principi che giustificano la pretesa, cioè il fondamento della legittimità della pretesa varieranno a secondo dell’ambito. Questo boccia l’interpretazione di Kant fatta dagli idealisti: non c’è un’unica deduzione, la deduzione non fonda un principio metafisico, il termine viene preso da Kant semplicemente dal linguaggio del foro, del diritto: si tratta di qualcosa di assolutamente formale; per Kant dedurre significa dimostrare che c’è una legittima pretesa per qualcosa.
Chiarito il significato del termine dedurre, Kant affronta il problema più difficile della critica, che infatti verrà poi profondamente modificato.
Kant nell’affrontare il problema della ricerca del fondamento della legittimità dell’uso delle categorie, inizia con lo spiegare perché non c’è stato bisogno di un’operazione analoga nell’ambito dell’estetica trascendentale, cioè non c’è stato bisogno di dedurre le forme a priori di spazio e tempo perché non è possibile farne un cattivo uso. Invece le categorie, proprio perché nel loro uso il nostro intelletto è attivo e spontaneo, possono essere applicate anche ad oggetti che non sono oggetto dell’esperienza, a oggetti noumenici (per esempio noi possiamo usare la categorie della causalità e dire che Dio ha causato il mondo), ma questo per Kant non è un atto mentale conoscitivo, perché pretende di applicare le categorie, le forme della conoscenza a un oggetto che non appartiene all’esperienza, per esempio possiamo applicare la categoria dell’esistenza all’anima, ma non produciamo conoscenza perché l’anima non è oggetto dell’esperienza.
Occorre spiegare qual è il fondamento della legittimità dell’applicazione delle categorie. Per far questo Kant distingue la connessione oggettiva universale esistente fra due oggetti dell’esperienza e la connessione soggettiva che c’è tra due percezioni di questi oggetti; per esempio se dico il corpo è pesante io faccio una connessione oggettiva tra corpo e peso, il mio è un giudizio sintetico a priori, quando dico che quando porto un corpo sento un peso, questa non è una connessione oggettiva, è una connessione soggettiva perché se il medesimo corpo lo porto io o lo porta uno più forte di me il peso che sentiamo è diverso.
Cosa da validità oggettiva a una proposizione sintetica a priori (es.: il corpo è pesante) è l’io penso, o unità sintetica originaria della percezione (è ciò che giustifica la connessione oggettiva tra corpo e peso); le categorie sono il diverso modo di agire dell’io penso. L’io penso è ciò che da validità universale oggettiva ai miei giudizi, perché se il giudizio è una sintesi tra due oggetti dell’esperienza ciò significa che la mia mente funziona come possibilità di sintesi, ma questa sintesi può avvenire solo su un materiale che l’è fornito dall’esperienza: se cerco di operare una sintesi su un materiale che non c’è il mio giudizio non sarà un giudizio conoscitivo. L’io penso è ciò che deve accompagnare sempre ogni mia rappresentazione, cioè è il principio universale del modo di funzionare dell’intelletto finito umano. Kant sulla funzione oggettiva dell’io penso nei confronti del metodo stesso, non ha mai cambiato idea nelle due edizioni.
Dove invece c’è differenza è nella funzione dell’io penso nei confronti di se stesso. Se l’io penso è possibilità di sintesi che deve accompagnare ogni mio atto mentale perché la mia mente funziona così, l’io penso come funziona rispetto a se? Kant nella prima edizione della critica definisce l’io penso nei confronti di se stesso come io stabile e permanente che deve accompagnare ogni mia rappresentazione, ma se questo io è stabile e permanente, non è pura possibilità di sintesi, pura forma, non realtà; avrà qualche realtà, dovrà cercarla, aldilà della sua funzione formale e sintetica (al di là del fatto che io abbia qualcosa da sintetizzare o no), ma questa è una grossa concessione dell’idealismo: l’io penso avrà una realtà indimostrabile.
Nella seconda edizione l’io penso è pura forma anche nei confronti di sé; l’io penso conosce se stesso come conosce tutto il materiale esterno, cioè non esiste conoscenza privilegiata del sé; è l’autodeterminazione di un soggetto pensante finito e si basa sull’esperienza.
L’io penso è come spazio e tempo, perché è forma. In questo modo Kant determina in maniera definitiva la soluzione del problema della validità della conoscenza.
Per Kant la realtà esiste perché è un oggetto determinabile da un soggetto che la determina e il soggetto esiste in quanto è determinante nei confronti di un materiale determinabile; il rapporto tra soggetto e oggetto si risolve sempre e solo nel momento in cui ci sono entrambi.
Per noi la natura è quello che appare a noi; la connessione causale dei fenomeni e l’esperienza è il modo con cui quei fenomeni si danno a noi secondo i nostri modi propri. Non c’è un soggetto separabile dall’oggetto, non c’è un oggetto che viene di per sé senza soggetto.
 

 

ImboGAMES Vendita Videogames Console Accessori. Sconto 5% sul preorder dei videogames Click Here

 

 

 







Link Giuridici


Link Università




Il Tuo Spondor qui? contattaci

| Disclaimer | Pubblicità | © copyright Neverstop.it  2001-2009  | Linkiamoci | Realizzazione  |

OkSpot.net - Pubblicita popunder