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KANT
LOGICA TRASCENDENTALE
La logica tratta le
forme a priori della conoscenza
intellettuale, cioè di quella conoscenza
in cui noi siamo spontanei ed attivi.
L’atto della conoscenza intellettuale è il
giudizio: se ne costruiamo una tavola
tramite questi possiamo risalire alle
categorie che sono i concetti puri: la
forma della conoscenza intellettuale.
Fino a quando ci limitiamo a classificare
i giudizi e le categorie siamo in un
ambito di logica formale. Quando ci
chiediamo cosa giustifica la validità
conoscitiva della forma della conoscenza
intellettuale passiamo dalla logica
formale a quella trascendentale, cioè
all’analisi della forma della conoscenza
intellettuale nel momento in cui pretende
di produrre conoscenza, a un’analisi dei
concetti puri nel momento in cui essi
pretendono di estendere la nostra
conoscenza: Kant si addentra nell’ambito
della deduzione trascendentale.
Deduzione: dagli idealisti tedeschi il
termine è stato interpretato come il
dimostrare tutta la realtà sia nell’essere
sia nell’ordine del conoscere, in base a
un unico principio indeducibile, tutta la
realtà viene giustificata da un unico
principio indimostrabile: per loro la
deduzione fonda la metafisica.
Kant sostiene che ciò che lui si prefigge
è dimostrare la legittimità di una
pretesa: il quid iuris rispetto al quid
facti; termine deduzione preso da Kant
secondo una accezione politico-forense,
cioè Kant vuol dimostrare che c’è una
giustificazione di questo diritto, ad
esempio se vediamo un tipo con un libro,
non necessariamente lui ha il ha il
diritto di possedere quel libro, se
vogliamo dimostrare il quid iuris dobbiamo
dimostrare che la pretesa di tenere in
mano un libro è legittima.
Kant vuol dimostrare quando legittimamente
le categorie pretendono di produrre
conoscenza. Il principio che giustifica la
validità dell’applicazione della forma
alla materia, la produzione dell’atto
conoscitivo, è ciò che cerca Kant.
Conseguenze:
Non esiste nella filosofia di Kant
un’unica deduzione, cioè ogni volta che ci
troveremo in un ambito in cui dobbiamo
dimostrare il quid iuris da giustificare
dobbiamo dimostrare la legittimità; ci
sarà una deduzione nell’ambito della
critica della ragion pura dove dobbiamo
affrontare la pretesa delle categorie di
produrre conoscenza, ma affronteremo una
deduzione anche nell’ambito della critica
della ragion pratica, cioè quando
giustificheremo il fatto di essere liberi:
se siamo morali dobbiamo essere liberi.
Se ci sono tante deduzioni quanti sono gli
ambiti in cui questa deve essere fatta, i
principi che giustificano la pretesa, cioè
il fondamento della legittimità della
pretesa varieranno a secondo dell’ambito.
Questo boccia l’interpretazione di Kant
fatta dagli idealisti: non c’è un’unica
deduzione, la deduzione non fonda un
principio metafisico, il termine viene
preso da Kant semplicemente dal linguaggio
del foro, del diritto: si tratta di
qualcosa di assolutamente formale; per
Kant dedurre significa dimostrare che c’è
una legittima pretesa per qualcosa.
Chiarito il significato del termine
dedurre, Kant affronta il problema più
difficile della critica, che infatti verrà
poi profondamente modificato.
Kant nell’affrontare il problema della
ricerca del fondamento della legittimità
dell’uso delle categorie, inizia con lo
spiegare perché non c’è stato bisogno di
un’operazione analoga nell’ambito
dell’estetica trascendentale, cioè non c’è
stato bisogno di dedurre le forme a priori
di spazio e tempo perché non è possibile
farne un cattivo uso. Invece le categorie,
proprio perché nel loro uso il nostro
intelletto è attivo e spontaneo, possono
essere applicate anche ad oggetti che non
sono oggetto dell’esperienza, a oggetti
noumenici (per esempio noi possiamo usare
la categorie della causalità e dire che
Dio ha causato il mondo), ma questo per
Kant non è un atto mentale conoscitivo,
perché pretende di applicare le categorie,
le forme della conoscenza a un oggetto che
non appartiene all’esperienza, per esempio
possiamo applicare la categoria
dell’esistenza all’anima, ma non
produciamo conoscenza perché l’anima non è
oggetto dell’esperienza.
Occorre spiegare qual è il fondamento
della legittimità dell’applicazione delle
categorie. Per far questo Kant distingue
la connessione oggettiva universale
esistente fra due oggetti dell’esperienza
e la connessione soggettiva che c’è tra
due percezioni di questi oggetti; per
esempio se dico il corpo è pesante io
faccio una connessione oggettiva tra corpo
e peso, il mio è un giudizio sintetico a
priori, quando dico che quando porto un
corpo sento un peso, questa non è una
connessione oggettiva, è una connessione
soggettiva perché se il medesimo corpo lo
porto io o lo porta uno più forte di me il
peso che sentiamo è diverso.
Cosa da validità oggettiva a una
proposizione sintetica a priori (es.: il
corpo è pesante) è l’io penso, o unità
sintetica originaria della percezione (è
ciò che giustifica la connessione
oggettiva tra corpo e peso); le categorie
sono il diverso modo di agire dell’io
penso. L’io penso è ciò che da validità
universale oggettiva ai miei giudizi,
perché se il giudizio è una sintesi tra
due oggetti dell’esperienza ciò significa
che la mia mente funziona come possibilità
di sintesi, ma questa sintesi può avvenire
solo su un materiale che l’è fornito
dall’esperienza: se cerco di operare una
sintesi su un materiale che non c’è il mio
giudizio non sarà un giudizio conoscitivo.
L’io penso è ciò che deve accompagnare
sempre ogni mia rappresentazione, cioè è
il principio universale del modo di
funzionare dell’intelletto finito umano.
Kant sulla funzione oggettiva dell’io
penso nei confronti del metodo stesso, non
ha mai cambiato idea nelle due edizioni.
Dove invece c’è differenza è nella
funzione dell’io penso nei confronti di se
stesso. Se l’io penso è possibilità di
sintesi che deve accompagnare ogni mio
atto mentale perché la mia mente funziona
così, l’io penso come funziona rispetto a
se? Kant nella prima edizione della
critica definisce l’io penso nei confronti
di se stesso come io stabile e permanente
che deve accompagnare ogni mia
rappresentazione, ma se questo io è
stabile e permanente, non è pura
possibilità di sintesi, pura forma, non
realtà; avrà qualche realtà, dovrà
cercarla, aldilà della sua funzione
formale e sintetica (al di là del fatto
che io abbia qualcosa da sintetizzare o
no), ma questa è una grossa concessione
dell’idealismo: l’io penso avrà una realtà
indimostrabile.
Nella seconda edizione l’io penso è pura
forma anche nei confronti di sé; l’io
penso conosce se stesso come conosce tutto
il materiale esterno, cioè non esiste
conoscenza privilegiata del sé; è
l’autodeterminazione di un soggetto
pensante finito e si basa sull’esperienza.
L’io penso è come spazio e tempo, perché è
forma. In questo modo Kant determina in
maniera definitiva la soluzione del
problema della validità della conoscenza.
Per Kant la realtà esiste perché è un
oggetto determinabile da un soggetto che
la determina e il soggetto esiste in
quanto è determinante nei confronti di un
materiale determinabile; il rapporto tra
soggetto e oggetto si risolve sempre e
solo nel momento in cui ci sono entrambi.
Per noi la natura è quello che appare a
noi; la connessione causale dei fenomeni e
l’esperienza è il modo con cui quei
fenomeni si danno a noi secondo i nostri
modi propri. Non c’è un soggetto
separabile dall’oggetto, non c’è un
oggetto che viene di per sé senza
soggetto.
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