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               KANT DIALETTICA TRASCENDENTALE

La dialettica trascendentale è la seconda parte della logica trascendentale.
Mentre nell’analitica Kant ha trattato dell’uso positivo delle categorie, nella dialettica affronta il loro uso negativo, che deriva dall’applicazione delle categorie ad oggetti che non appartengono all’esperienza: a oggetti noumenici.
La dialettica è in realtà una critica all’uso trascendentale delle categorie. Kant critica i concetti che derivano da una tendenza illusoria ma naturale della mente umana; è un atteggiamento erroneo, ma ha una radice nella natura della mente umana, una spiegazione. I concetti che Kant critica sono quelli di anima, di mondo e di Dio. Nel criticare questo uso trascendentale delle categorie, Kant fa uso anche di una terminologia specifica: mentre nell’analitica trascendentale aveva definito la nostra mente sempre con il termine di intelletto, qui Kant usa il termine di ragione. Come l’atto positivo, conoscitivo dell’intelletto viene chiamato giudizio, l’atto della ragione nell’uso trascendentale delle categorie viene chiamato sillogismo, che è un ragionamento sbagliato perché applica le categorie ad oggetti che non appartengono all’esperienza.
Kant spiega la radice naturale di animo, mondo, e Dio perché rappresentano la totalità dell’esperienza: c’è un qualche legame con l’esperienza.
L’anima è la totalità dell’esperienza riferita al senso interno, il mondo è la serie totale dei rapporti causali riferiti al senso esterno, Dio è l’insieme di tutti i concetti possibili riferiti a qualsiasi esperienza possibile, ma la totalità dell’esperienza per noi non può mai essere un’esperienza, la nostra esperienza è esperienza di fatti singoli, non è mai la totalità; le idee che ne derivano (anima, mondo, Dio) sono illusorie, frutto di ragionamenti sbagliati.
Kant qui usa il termine idea come prodotto erroneo della nostra mente, derivante dall’uso trascendente le categorie.
L’anima deriva da un paralogismo, cioè da un cattivo ragionamento che consiste nell’applicazione della categoria della sostanza all’io penso, che non è un oggetto, è pura forma del nostro modo di pensare; applicando la categoria della sostanza ad una forma ne deriva un concetto che è un’idea, che non ha nessun riscontro nella realtà.
Non esiste la totalità della nostra esperienza, esistono i singoli concetti della nostra esperienza.
Stessa cosa per l’idea di mondo, che per Kant è un’idea della ragion pura e costituisce l’insieme totale di tutte le condizioni esterne, non è la natura, che è la connessione causale dei fenomeni, ma noi non possiamo far esperienza della totalità delle condizioni, noi possiamo fare esperienza delle singole connessioni causali.
L’idea di mondo è frutto di un uso sbagliato delle categorie perché dà origine a 4 antinomie ( = affermazione della tesi e del suo contrario).
Tesi: il mondo è finito nello spazio e nel tempo.
Antitesi: il mondo è infinito nello spazio e nel tempo.
Non esiste nessun principio razionale filosofico che permetta di dimostrare qualcuna delle due.
Tesi: il mondo è divisibile fino ad un certo punto.
Antitesi: il mondo è indivisibile all’infinito.
Tesi: all’interno del mondo esiste una causalità libera.
Antitesi: all’interno del mondo esiste solo una causalità necessaria.
Tesi: il mondo dipende da un essere necessario.
Antitesi: il mondo non dipende da un essere necessario.
Il fatto che noi non possiamo decidere tra tesi e antitesi implica che è errato già il concetto iniziale. La tesi è troppo piccola per noi, l’antitesi è troppo grande: non esiste il concetto di mondo.
L’ultima idea della ragion pura è quella di Dio, che Kant chiama ideale della ragion pura, perché conosciuto Dio si conosce tutto, perché Dio è l’insieme di tutti i possibili in quanto possibili, è quell’ente a cui possiamo attribuire l’attributo positivo a ogni binomio di attributi opposti, è l’essere che sussiste di per sé: Kant critica l’esistenza di Dio e le prove della sua esistenza: quella ontologica di Anselmo, quella fisico-teologica e quella cosmologica.
La prova ontologica di Anselmo è la prima che Kant confuta: è quella che dimostra che la definizione di Dio comprende anche l’esistenza, perché Dio è ciò di cui noi non possiamo pensare nulla di più grande. La definizione dell’essenza di Dio esiste sicuramente nell’intelletto, ma possiamo pensare alla medesima definizione che ha però in più l’esistenza. Se Dio è ciò di cui non possiamo pensare nulla di più grande la definizione di Dio sarà la seconda. L’errore di fondo è che nulla ci dice che ciò che esiste sia più grande di ciò che non esiste nella realtà, ma solo nell’intelletto, in secondo luogo l’ateo non ha proprio l’idea di Dio: è una cosa basata sulla fede.
Kant dice che l’esistenza di Dio è un’affermazione o contraddittoria o impossibile. E’ contraddittoria nel momento in cui assume che nella definizione sia già compresa l’esistenza, perché se bisogna dimostrare una cosa presa già come assunto si entra in contraddizione.
E’ impossibile se invece l’esistenza va aggiunta tramite ragionamento, perché l’esistenza è sempre un fatto empirico. Le altre due prove comportano in fondo il medesimo salto logico: per Kant l’esistenza di Dio è razionalmente indimostrabile. Ma anima, mondo e Dio, sono frutto di un uso illusorio ma naturale: si ripropongono continuamente alla mente dell’uomo: visto che non è possibile un uso dogmatico di esse perché non costituiscono oggetto di conoscenza, ne dobbiamo fare un uso regolativi usandole come regole, come norme a cu dobbiamo tendere pur sapendo che non ci arriveremo mai, in modo da estendere e dare maggiore ordine alla nostra conoscenza studiandoli come se in effetti questi tre concetti ci fossero realmente. L’uso regolativo fa di anima, mondo e Dio dei principi euristici cioè stimolano la ricerca. Questo è l’unico uso che possiamo farne.

 

 

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