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KANT
Critica della ragion pratica
(1787)
Anche la critica della ragion pratica è
fondata sui limiti costitutivi dell’uomo.
Infatti così come nella critica alla
ragion pura c’è una critica all’arroganza
della ragione che pretende di trascendere
i propri limiti, nella critica della
ragion pratica c’è una continua polemica
contro il fanatismo morale che pretende di
considerare l’azione morale dell’uomo un
fatto necessario; così come nella critica
alla ragion pura Kant sostiene che il
limite della conoscenza dell’uomo è sempre
e solo il fenomeno, nella critica alla
ragion pratica la morale dell’uomo è
sempre un’azione possibile; nella critica
della ragion pratica Kant continua a porre
l’accento sulla differenza tra la moralità
dell’uomo e la santità di Dio. Kant dice
che non esiste nella morale una
connessione necessaria tra ragione e
volontà in quanto se ci fosse l’uomo non
sarebbe morale e la morale non varrebbe
per lui come un imperativo, un comando.
Questa connessione non esiste perché
l’uomo non è costituito solo dalla ragione
ma anche dagli impulsi sensibili,
trascendere qualsiasi oggetto del
desiderio, infatti la nostra volontà può
adeguarsi alla ragione ma anche agli
impulsi sensibili. Per essere morali la
volontà deve adeguarsi esclusivamente alla
ragione: la morale vale per noi come un
imperativo, ma non come un imperativo
ipotetico che ti dice di agire in vista di
un fine: l’imperativo ipotetico non è
universale; la morale per essere tale deve
essere pura forma: valere a priori: solo
così essa è universale; il comando per noi
deve essere un imperativo categorico che
ti comanda per la pura razionalità
dell’azione. La prima massima in cui si
concretizza l’imperativo categorico della
morale è. Agisci come se la norma della
tua azione dovesse diventare un principio
legislativo universale. Ciò deriva dal
fatto che la natura dell’uomo è finita,
costituita non solo da ragione ma anche da
impulsi sensibili, cioè l’uomo è calato
nel fenomeno: se la legge morale deve
essere universale il suo comando deve
essere tale da prescindere da qualsiasi
oggetto del desiderio, non solo dagli
impulsi sensibili, cioè deve essere un
imperativo categorico, cioè devi perché
devi, no per raggiungere un fine, cioè non
se vuoi devi, ma devi perché devi. La
legge morale per essere universale deve
valere a priori: deve essere un imperativo
categorico: non deve possedere alcun
contenuto. qualsiasi oggetto del
desiderio. Per Kant la legge morale è un
fatto della ragione, esiste di per se, non
esiste una giustificazione della sua
legittimità, la legge morale è il modo del
nostro agire, per essere morale dobbiamo
agire in un certo modo. La morale deve
essere pura forma, non avere alcun
contenuto perché altrimenti non varrebbe
universalmente; ti dice solo: agisci in
maniera tale che la tua azione sia
razionale; morale: agisci razionalmente.
La morale è l’adeguarsi della volontà alla
ragione che però non è un adeguarsi
necessario, si può anche non farlo. Se non
c’è deduzione per la morale, c’è però
deduzione per la facoltà della libertà,
cioè per Kant l’essere morale giustifica
l’esistenza di quella facoltà che noi non
sappiamo cos’è ma ci deve essere e che è
la libertà, perché noi possiamo anche
scegliere di non essere morali: la morale
dimostra la libertà. La libertà si propone
come libertà negativa e libertà positiva.
Libertà negativa: libertà di poterci
sottrarre agli impulsi sensibili e agli
oggetti del desiderio. Qui Kant
intraprende una polemica contro le morali
precedenti che per lui non sono in realtà
morali perché tutte implicano un movente
dell’azione (p.460 schema). La prima
conseguenza di ciò è che i concetti di
bene e male non precedono la morale, ma la
seguono, sono effetto della morale, cioè
una cosa non si fa perché è bene ma se è
razionale farla è bene: differenza tra
legale e morale: è legale obbedire a una
legge in vista di un fine e non sempre ciò
che è legale corrisponde a ciò che è
morale e viceversa. Il peggiore di tutti i
sentimenti è l’egoismo che assomma in se
tutti i desideri mentre l’unico sentimento
morale ammesso è il rispetto: l’uomo è
l’unico essere che può svincolarsi dalla
sua natura fenomenica, cioè può
abbandonare qualsiasi oggetto del
desiderio per porsi su un piano noumenico.
Da qui deriva la sua
Libertà positiva: collocarci su un piano
noumenico per cui noi diventiamo
legislatori della nostra azione e diamo
inizio a una nuova catena causale che
dipende da noi e che da origine alla
seconda massima dell’azione morale: agisci
come se la massima della tua azione
dovesse diventare un principio legislativo
della natura. Queste due massime per Kant
rappresentano la forma della legge morale.
Il suo contenuto è dato dalla terza:
agisci in modo tale da non considerare mai
né te stesso né gli altri come mezzi, ma
solo come fini. Per Kant l’azione morale
avviene all’interno di una comunità:
questo comporta il considerare gli altri
solo un fine, non un mezzo e ciò deriva
dal rispetto.
Questo fonda il regno dei fini in cui
ciascuno è suddito e legislatore cioè in
cui ognuno da le leggi e vi obbedisce e
che è la base dello stato.
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