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epitrepontes
Questa commedia verrà ripresa da Terenzio
con il nome di Ecira. N’abbiamo due terzi;
è andato perduto quasi tutto il primo
atto, che espone l'antefatto. Carisio,
borioso e goliardico figlio di un ricco
mercante, ad una festa si ubriaca e
violenta una ragazza, Panfila, che in
seguito sposerà senza riconoscerla. Dopo
cinque mesi di matrimonio Panfila
partorisce il bambino nato da quell'episodio,
ma non rendendosi conto che era figlio di
suo marito lo espone in un bosco
mettendogli al dito un anello che aveva
strappato a Carisio alla festa. Carisio,
venuto a conoscenza del fatto, abbandona
la moglie credendola adultera e cercando
invano di dimenticarla insieme alla
flautista Abrotono. Due pastori si
litigano l'anello e si rivolgono ad un
arbitro per appianare la questione (da qui
il titolo della commedia, che significa
"coloro che si rivolgono ad un arbitro").
Abrotono nel frattempo s’impossessa
dell'anello con 1’intenzione di ottenere
la libertà facendosi credere la madre del
bambino; poi però incontra Panfila e
riconosce in lei la ragazza violentata
alla festa cui anche lei era presente.
Capisce allora che il bambino è figlio dei
due sposi e decide di abbandonare i suoi
interessi e svela a Panfila la verità.
Intanto il padre di Panfila, Smàrine,
tenta di convincere la figlia ad
abbandonare il marito; Panfila, da sposa
fedele, si rifiuta e Carisio, che aveva
ascoltato, non visto, il colloquio,
perdona la moglie e decide di ritornare
con lei. Carisio, che si era dunque
comportato crudelmente verso sua moglie,
ma non aveva mai smesso di volerle bene,
si riscatta attraverso il pentimento e
perdonando la moglie. Panfila ha sbagliato
ad esporre suo figlio, ma comprende il
marito che l'offende con la flautista e
non lo abbandona. Abrotono smentisce la
fama di etera avida e corrotta ed anzi,
avendo pietà di una madre, contro i suoi
stessi interessi salva un matrimonio.
Infine, nella figura dei due sposi,
Menandro c’insegna che solo comprendendo e
perdonando si può rendere meno difficile
il peso della vita e del rapporto
coniugale, e si può raggiungere quella
dignità che ci rende veramente uomini.
Callimaco
Il maggiore dei poeti alessandrini, è
considerato sia il principale teorico sia
il migliore esponente della poesia
ellenistica. Nato intorno al 300 a. C. a
Cirene, in gioventù visse in ristrettezze
economiche e si guadagnava da vivere
insegnando in una scuola di provincia;
poi, non sappiamo come, entrò a far pane
della corte, ottenendo il favore dei
sovrani. Lavorò alla Biblioteca come poeta
ed erudito, ma sappiamo con certezza che
non ne divenne mai il direttore; tutte le
sue opere sono dedicate ai sovrani che lo
proteggevano, Tolomeo Filadeflo e poi
Tolomeo Evergete. Le sue opere gli
procurarono fama e gloria, ma scatenarono
aspri dibattiti con invidiosi
contemporanei.
Morì intorno al 240.
La produzione di Callimaco come erudito e
come poeta fu immensa: la tradizione gli
attribuiva ben 800 volumi, oggi quasi
tutti perduti. Fatto nuovo nella
letteratura greca, Callimaco s’interessò a
diversi generi letterari. Delle sue opere
di prosa la più importante furono i
Pinakes, catalogo ragionato di tutti gli
autori e di tutte le opere raccolte
nell'immensa Biblioteca di Alessandria.
Oltre a classificare le opere per genere e
gli autori per ordine alfabetico,
Callimaco affrontava anche numerose
questioni biografiche e di autenticità. I
Pinakes possono essere considerati la
prima opera di storiografia letteraria.
Aitia
Gli Aitia erano l'opera più vasta di
Callimaco: contenevano circa 4000 versi
divisi in quattro libri. Non si trattava
di un'opera ordinata, bensì di una
raccolta di numerose elegie, in genere
indipendenti tra loro. Ogni aition era
dedicato alla ricerca delle origini di una
festa, di una città, di un mito, di
un'istituzione. Oggi ci rimangono il
proemio ed alcuni frammenti, tra cui la
Chioma di Berenice. Nonostante l'apparente
contenuto scientifico, gli Aitia sono in
realtà un'opera di intrattenimento, uno
sfoggio di erudizione in cui risalta
soprattutto la raffinatezza dell'arte di
Callimaco.
Il proemio è un'invettiva di Callimaco
contro i Telchini, soprannome dato ai
poeti invidiosi del suo successo. Il poeta
imputa ai Telchini di non rifarsi ai
canoni ellenistici del tempo, ma a quelli
classici. C’è pervenuto un elenco di
questi Telchini, in cui stranamente non
figura il nome di Apollonio Rodio, ma vi
troviamo Posidippo, che ebbe con Callimaco
un'aspra disputa riguardante non lo stile,
come quella con Apollonio Rodio, ma
l'interpretazione di un'opera che a noi
non è pervenuta, probabilmente la Lide di
Antimaco di Colofone, risalente al 400
a.C. e antesignana dell'ellenismo
La Chioma di Berenice è l'aition che
chiude il quarto e ultimo libro
dell'opera. La chioma stessa narra in
prima persona la sua storia: fu offerta in
voto dalla regina Berenice in occasione
della partenza del marito, Tolomeo
Evergete, per una spedizione militare in
Siria. Ma scomparve dal tempio e
l'astronomo di corte la scoprì in cielo,
trasformata nella costellazione che da lei
prese il nome. Quest’elegia piacque
immensamente a Catullo, che la tradusse in
latino nel carmen 66; ed è nella sua
traduzione che oggi è a noi nota. In
quest’elegia l'esaltazione del faraone si
unisce a quella della nascente scienza:
non si tratta solo di riscontrare una cosa
umana nella sfera celeste, ma piuttosto di
assecondare il crescente interesse verso
la ricerca scientifica.
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